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Vendere all’estero, la prospettiva nel mercato globale

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Vendere all’estero è uno degli obiettivi di molte aziende, ovvero aprire più possibilità a un prodotto di farsi conoscere e apprezzare nel mercato globale. Ottima prospettiva, ma prima di pensare di lanciare un prodotto in un mercato extra regionale o addirittura internazionale dovrebbe essere ottimizzato anche per la penetrazione negli altri paesi.

 

Vendere all’estero, la prospettiva nel mercato globale

La prospettiva del mercato globale lascia poco margine di interpretazione, ovvero: un brand dovrebbe essere uguale in tutto il mondo ma siamo sicuri che sia davvero così?


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Infatti non lo è. Ottimizzare un prodotto per il mercato globale non vuol dire solo usare lo stesso marchio, la stessa pay off, claim, advertising, copywriting in tutto il mondo. Ottimizzare vuol dire rendere accettabile per tutti i paesi, adattare al mercato globale e alle specificità geografiche, culturale, etiche e religiose.
Anche l’utilizzo di colori nel mondo subisce dei condizionamenti che riguardano i costumi, le usanze e i significati profondi che si celano in tutte le culture. Ecco perché sarebbe una scelta saggia testare, riflettere e standardizzare perché la percezione cambia da individuo a individuo e da paese a paese.
Ecco perché dovrebbero essere scissi i mercati locali da quelli globali e valutarne quindi:

  • le normative particolari in materia di comunicazione offline e online
  • le differenze culturali e quindi religiose ed etiche per pensare in questa prospettiva a nomi, allusioni concettuali e colori;
  • le differenze di innovazione e penetrazione della pubblicità e come questa viene recepita
  • come sono percepiti altri marchi e prodotti sul territorio

Possiamo provare a prendere in esame l’utilizzo del tè nel mondo per capire che “la bevanda delle cinque” degli inglesi ha un significato differente in Italia o in Giappone o in India.
In Inghilterra il tè è un vero rituale spesso con l’aggiunta di zucchero e latte. Ma in Inghilterra il tè sarà servito solo nella seconda metà del ‘600. Le origini, secondo alcune leggende, sarebbero attribuite ai cinesi. La prima volta in cui compare la parola “foglie di te” sarebbe in alcuni scritti cinesi di 3000 anni fa.


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Il te in Cina era una bevanda considerata dalle innumerevoli proprietà nutraceutiche e in Giappone, ad esempio, riservato alla corte e ai monaci.
Ancora oggi in Oriente si beve calda con teiera in porcellana, in ghisa o in vetro con manico in bambù.
In America, il consumo di tè avviene come bevanda dissetante e servito freddo, pur non mancando i casi in cui viene servito nel modo classico.
Il consumo di tè in Italia è cresciuto, ma è sempre legato a un momento di relax o bevanda del mattino. C’è persino chi ironizza e beve il tè esclusivamente come lenitivo in caso di dolori influenzali. La cultura italiana resta perlopiù ancorata al consumo di caffè. E anche qui potremmo parlare del caffè americano diluito e che diventa un momento relax rispetto al nostro energizzante col potere di svegliarci tutte le mattine.
Per concludere: prima di pensare a vendere all’estero, dovremmo studiare un po’ di storia locale e gli errori da non commettere perché anziché conquistare la fiducia potremmo sortire l’effetto contrario.

Direttore responsabile del Settimanale online PugliaNext. Giornalista pubblicista, si occupa di web, graphic design e copywriting.