single.php

PLAYER

La sartoria non muore mai. Angelo Inglese: “Integriamo tradizione e innovazione, ce lo chiedono da tutto il mondo”

di  | 

Nasce nel 1955 a Ginosa Marina la storia dell’antica sartoria tarantina di Giovanni Inglese, una storia fatta di profumi di tessuti, di filati e scritta nella bottega di famiglia dove la tradizione e la passione per il lavoro manuale oggi premiano il marchio G.Inglese come un must dell’eleganza Made in Italy conosciuta in tutto il mondo. Angelo Inglese si avvicina alla sartoria di famiglia sin dalla tenera età scrivendo anche lui un pezzo di storia insieme alla sua famiglia, cercando di far conoscere le camicie e la bellezza del manufatto anche fuori dalla cittadina tarantina.

Creare un prodotto unico che desse dignità al lavoro artigianale e premiasse gli sforzi di famiglia rappresentavano “il sogno”, così di notte quando la connessione internet era più veloce Angelo Inglese inviava foto e video delle realizzazioni in Giappone destando la curiosità per questo mestiere antico.

Il lavoro fa innamorare il Paese del Sol Levante e diventa il camiciaio del premier giapponese Yukio Hatoyama. Balza all’attenzione di tutti i giornali del mondo per un malinteso involontario: gli viene addebitata, per errore, la paternità di una camicia di cattivo gusto e indossata dal premier giapponese in occasione di un’uscita pubblica. Ma Angelo Inglese si difende, non è sua quella camicia e così involontariamente il marchio G.Inglese desta, suo malgrado, curiosità e si fa conoscere in tutto il mondo. Anche in Inghilterra dove firma la camicia del principe William in occasione delle nozze con Kate Middleton.

È una storia dentro altre storie quella dell’antica sartoria di Ginosa che affascina e fa sognare chi il sarto lo fa di mestiere ma anche i giovani che hanno fiducia in questo lavoro artigianale antico.

 


Leggi anche: Come fare le scarpe alla crisi e diventare un calzolaio 2.0


 

 

Domanda. Cosa distingue la sartoria italiana da quella inglese?

«La sartoria italiana si distingue per la creatività, gli inglesi hanno una tradizione nell’abito da uomo che è pari alla nostra ma noi italiani abbiamo cercato nuove strade nello stile grazie alla creatività».

 

Quali sono le differenze principali tra sartoria maschile e femminile a livello tecnico o creativo?
«A livello di tecnica sono differenti pur viaggiando su binari paralleli. La modellistica, la realizzazione, il concepimento e l’offerta di tessuti sono differenti, mantengono l’artigianalità come unico comune denominatore».

 

Come si diventa sarto, ovvero cosa consiglierebbe a chi volesse iniziare il percorso professionale della sartoria?

«Si diventa sarti professionisti con la passione, se si ha voglia di applicarsi, se si è determinati e visionari, se si ha voglia di fare qualcosa di creativo senza accontentarsi del posto fisso o scegliendo percorsi di studio che in realtà poi non danno uno sbocco occupazionale».

 

Leggi anche: Fashion Puglia: torna la kermesse di moda degli stilisti emergenti

 

La nuova sartoria: quando la tradizione incontra l’innovazione

Come sono gestite le fasi di lavorazione artigianale di un capo su misura?

«Le fasi di un capo d’abbigliamento artigianale sono diverse rispetto al sistema industriale che sentiamo oggi e radicato nel sistema globale. L’artigianato prevede vecchi metodi: acquisizione delle misure trasferimento sul cartamodello, la telina prova, il taglio sul tessuto, l’assemblaggio fatto con macchine lineari per cucire, rifiniture e battiture a mano con ricami e personalizzazioni a seconda delle richieste.

È un lavoro complesso che riporta alla tradizione e che risveglia i mestieri che vanno in via d’estinzione. Ogni due anni noi integriamo nuove figure professionali per far sì che tutta la filiera che orbita intorno alla sartoria non vada a morire».

Sì, perché la sartoria non muore mai quando la tradizione incontra l’innovazione. È questo l’obiettivo di Angelo Inglese che racconta l’eleganza, la sobrietà racchiusa nella semplicità dei manufatti realizzati come una volta ma con uno sguardo al futuro come il progetto della sua scuola internazionale di artigianato.

 

Qual è la sartoria del futuro?
«La sartoria ha grandi potenzialità e ritornerà come tutti i mestieri artigianali. Vedo l’artigiano come l’architetto del futuro, la nostra economia italiana si baserà su piccoli manufatti e sulla piccola industria. Abbiamo avuto prove tangibili che la grande industria in Italia ha fallito, l’Italia è conosciuta per le cose belle fatte all’ombra dei campanili.

Noi stiamo cercando di mettere su una scuola di artigianato internazionale, stavamo allestendo il palazzo seicentesco dell’Arciprete a Ginosa ma, in seguito a un alluvione, uno smottamento ha rallentato così i lavori. Ora abbiamo ripreso il progetto perché riceviamo molte richieste da tutto il mondo, vorrebbero imparare a fare camicie. Ma non solo: scarpe, vino e tanti altri prodotti che ci rendono unici al mondo anche per i sistemi di lavoro artigianale. Siamo spesso restii ad accettare i mestieri artigianali e seguire questi antichi lavori ma la manualità, il “saper fare” è uno degli sbocchi, ma parlo dell’artigiano innovativo che fa uso del digitale e dei nuovi sistemi di comunicazione.
Nei prossimi mesi sarà presentato il progetto alla stampa e agli enti».

Che sia un rielaborazione dei lavori di una volta in una chiave digital? La ‘disruption innovation’ coinvolge anche la sartoria, dovremo aspettarci adesso una ‘rieducazione dei giovani’ agli antichi mestieri che forse non sono più così antichi.

Giornalista e docente di visual e content marketing per le imprese e nei corsi professionali. Si occupa di comunicazione web, graphic design e copywriting.